ENRICO MEREU HA DOVUTO LASCIARE LA SUA ISOLA

 

Ha portato in Provincia le sculture dell'Asinara

La Nuova Sardegna Venerdì 7 Febbraio 2003

SASSARI. Il suo laboratorio è l'ex spaccio di Cala d'Oliva, lì lavorava sino a qualche tempo fa. Molte delle sue attrezzature e sculture sono ancora custodite all'interno di quella vecchia casa, e ancora lo attendono. Si tratta di Enrico Mereu, conosciuto anche come "Lo scultore dell'Asinara". Da alcuni anni vive sulla terra ferma e gli è diventato difficile fare ritorno sul'isola.

Alcune delle sue opere, quasi un centinaio, le ha portate con sé, nell'agro di Sorso, dove ha trovato casa. Adesso ha deciso di esporne 35, in quella che potrebbe essere l'ultima delle sue mostre fuori dall'isola degli asinelli. Così per due settimane, è stato possibile ammirare i suoi lavori in una personale, che si concluderà oggi, allestita presso il palazzo della Provincia. Mereu ha 44 anni, ma la sua passione lo coinvolge da quando ne aveva 6, accompagnandolo attraverso passaggi di maturazione artistica. Nel 1977 inizia ad esporre le sue sculture, ma da quando, nel 1980, si trasferisce all'Asinara per motivi di lavoro (è un ex sottufficiale della polizia penitenziaria), trova la sua vera ispirazione. Gli bastano un piccolo tronco di legno e uno scalpellino per dar vita alle sue creature. Olivastri, ginepri e roverelle trascinati dal mare e sbattuti sugli scogli, ecco la materia prima per i suoi lavori. E l'Asinara, in circa vent'anni, gli ha fornito aiuto e ispirazione. La natura, il silenzio, ma anche il dolore e le sofferenze dell'esistenza, le gioie e i problemi che affliggono l'uomo, gli permettono di esprimere le sue capacità creative. «Attraverso le mie sculture — afferma Mereu — voglio trasmettere alla gente le mie sensazioni». Alcuni critici lo hanno definito: "interprete di una realtà di vita intensa", ma anche autore "in grado di accendere qualcosa dentro", in colui che osserva le sue opere. Non a caso i suoi lavori hanno trovato riconoscimenti in concorsi regionali e nazionali e gli hanno permesso di ottenere diversi attestati di merito, un diploma d'onore e l'iscrizione negli album d'oro dei migliori artisti contemporanei. Ora Mereu l'Asinara la vede soltanto da lontano e il suo desiderio più forte è quello di farci ritorno, per ritrovare le sue opere ma anche quella musa ispiratrice che lo ha accompagnato per tanti anni.

Andrea Bazzoni

 

Estratto da "100 Giorni sull'isola dei cassintegrati", di Silvia Sanna

 

 

All'Asinara l'indigeno è Enrico Mereu. Lineamenti da indiano d'America e sangue sardo. È lui, l'ultimo sioux della riserva. Vive qua da trent'anni e considera quest'isola "la madre che mi ha allevato". Prima come guardia carceraria e ora come artista. Enrico ha pellegrinato per quindici carceri, prima di approdare all'Asinara. A Biella, oltre a vegliare sui detenuti, teneva per loro dei corsi di pittura. La scultura era bandita: gli attrezzi per scolpire potenzialmente pericolosi. Alcuni allievi, grazie a lui, una volta liberi hanno una nuova vita a colori, dopo il grigio delle celle. Nella provincia piemontese, molte gallerie sono di proprietà di ex detenuti che da Enrico hanno imparato ad accarezzare la tela. Dopo violenza e ferocia, la dolcezza del dipingere le proprie emozioni. Nel frattempo, all'Asinara scoppia la rivolta dei brigatisti. Nel gennaio del 1980 Enrico chiede e ottiene il trasferimento nel carcere dell'isola. Li scopre che tra i reclusi ci sono anche le guardie: i turni sono massacranti, la tensione costante. La terraferma è lontana. Enrico soffre il disagio di un'isola nell'isola: vorrebbe avere le stesse opportunità dei suoi coetanei rimasti sulla terraferma. Piange e non si vergogna di farlo. Asciugate le lacrime, scolpisce. La rabbia si trasforma in creatività. I pugni furenti si ammansiscono in rintocchi su legno e pietra. L'Asinara restituisce il doppio di quanto toglie e la sua vena artistica, col passare dei giorni, aumenta di portata. Il materiale per le sculture glielo regala il mare. All'alba va sul bagnasciuga a raccogliere i tronchi restituiti dalle mareggiate. Gli basta uno sguardo per conoscere il viaggio che hanno fatto. Un'occhiata per capire quello che è intrappolato dentro ad un pezzo di legno. Così, lo sceglie. Ma forse è il pezzo di legno che sceglie lui. Non ha mai tagliato un albero, Enrico. Ritrovare un albero su cui si giocava da bambini "è come riabbracciare un vecchio amico". Da piccolo Enrico giocava con pietre e scalpelli. Con i suoi dieci fratelli viveva a Nurri, un comune della provincia di Cagliari. La famiglia Mereu viveva in un ex convento ed Enrico aveva scelto da subito il suo gioco d'infanzia. Le pareti in trachite rispondevano all'innato bisogno di scolpire. Gli sculaccioni di suo padre non riuscivano a distoglierlo e la roccia prendeva forme sempre diverse. Maschere di Mamuthones, figure intrecciate in vortici di ballo tondo. A otto anni Enrico scolpì un'aquila di un metro e mezzo; un professore la vide per caso e la volle acquistare. Pagò subito in contanti: venticinquemila lire. Un capitale, per l'epoca, per un bambino di terza elementare. Il padre di Enrico cambiò idea sull'inclinazione del figlio, lui che guadagnava trentamila lire, al mese. Il bambino venticinquemila, per un'aquila. I conti non tornavano, ed era bene che fosse così. Ogni giorno, da quel giorno, Mereu senior tornava a casa con la bisaccia piena di pietre che rovesciava sul pavimento. - Cosa vedi in queste pietre, figlio mì? Guarda bene! - Enrico pensava di essere malato: mentre i fratelli vedevano un semplice sasso, lui vedeva un mondo che pullulava di uomini e animali.A scuola, gli insegnanti erano diffidenti. Pensavano che le sculture portate in classe da Enrico, come doni per i compagni, fossero opera di suo padre o dei fratelli maggiori. Lui protestava per i dubbi di attribuzione, ma nessuno gli credeva. Ci pensò un insegnante, durante una gita in campagna, a metterlo alla prova. Prese un grosso sasso e uno scalpello e invitò il ragazzino a creare qualcosa. Enrico dopo due ore di combattimento con la pietra, tirò fuori l'anima di due ballerini. Un ballu tundu di pietra. I docenti restarono allibiti. Non soddisfatto, il piccolo Mereu, portò la scultura a scuola e, nel laboratorio improvvisato dietro ala lavagna, continuò ad apportare migliorie. I compagnetti, si affacciarono meravigliati e incuriositi alle sue spalle. Enrico, accortosi degli spettatori, si fece prendere dall'imbarazzo e con una scalpellata distratta dall'emozione decapitò uno dei ballerini. La scultura era ormai monca, ma il piccolo artista aveva finalmente ottenuto il riconoscimento della sua bravura. Dopo la chiusura del carcere, Enrico, ormai pensionato, fu invitato a rimanere sull'isola. Era in corso un progetto che prevedeva il ripopolamento dell'abitato di Cala d'Oliva e tra i residenti era prevista la presenza di un artista. <<Il Michelangelo dell'Asinara>> lo chiamavano i ministri di Grazia e Giustizia. Gli fu promessa la possibilità di far frequentare le scuole ai suoi cinque figli, gli fu affidata una casa per la quale pagava un affitto. Enrico faceva la spola dal bagnasciuga al suo laboratorio, trascinando tronchi naufragati. Lo scultore, rispettando il suo ruolo, scolpiva. I plitici e le istituzioni, per non essere da meno, costruivano nuvole di parole. Anche in diretta tv, ripeterono che l'isola apriva le sue braccia per accogliere Mereu. Alle parole non seguirono i fatti: Enrico ricevette quasi trenta multe per aver ospitato, a casa sua, la propria famiglia, residente sulla terraferma. Come dire: circòndati di uomini di legno, ma allontana gli affetti in carne ed ossa. Lui, in segno di protesta, s'incatenò per ventitrè giorni al molo dietro casa. Lo ignorarono, lo osteggiarono, lo fecero sentire ospite indesiderato. Nonostante continuasse a pagare l'affitto, prima al Demanio poi alla Regione. Da anni, per un motivo o per l'altro, la pratica viene rimandata, accantonata, dimenticata. Il critico d'arte Vittorio Sgarbi, che doveva battezzare l'ultimogenita dell'artista, dice, di lui: <<Mereu è come la natura, mutando non cambia, è la luce del mare che inonda l'anima.>> Ed è proprio così: Enrico Mereu è l'anima dell'Asinara.

100 Giorni sull'isola dei cassintegrati, Silvia Sanna, Edizioni Il Maestrale

 

 

 

Enrico Mereu attacca: «Accuse strumentali per cacciarmi dall'Asinara»

 

PORTO TORRESI Non ci sta Enrico Mereu a passare per uno che non rispetta l'isola dell'Asinara. E definisce «assurda» la contestazione mossagli dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale della Regione per un presunto abuso edilizio, la costruzione di una tettoia a Cala D'Oliva, tettoia messa sotto sequestro su disposizione della Procura della repubblica di Sassari.

«Innanzi tutto la "costruzione" pietra dello scandalo è una stuoia di canne per fa-re ombra, di quelle che si ar-rotolano — spiega Enrico Mereu —. Da dieci anni è sempre statali., identica a oggi, nello spazio davanti alla casa per cui pago regolar-mente l'affitto. In questi anni è servita per consentirmi di lavorare all'aperto, di fronte al mare, perché il mio non è un lavoro che posso fa-re seduto in una scrivania, ma ha bisogno di un contatto diretto con la natura che è la mia ispirazione e la materia prima delle mie sculture. E il mio crimine è stato quello di ripristinarla esatta-mente come era, usando lo stesso materiale». «Forse la presenza di un artista nell'isola serve a capire che la natura e l'ambiente sono le due facce della bellezza — prosegue "lo scultore dell'Asinara" — e per dimostrare che un parco non è un museo morto, ma un luogo in cui è possibile vivere,

lavorare, anche creare ricchezza». Enrico Mereu non si limita alla difesa. «Ho paura però che la mia presenza dia fastidio a chi vorrebbe che l'Asinara fosse solo una stanza vuota, in cui, dopo che ruttimo turista è andato via, si spenga la luce e nessuno che la ama vi possa vivere — sostiene . Ho paura che qualcuno abbia nostalgia dei tempi in cui apoterla godere in solitudine erano solo gli amici degli amici, senza testimoni scomodi. Sono anni che mi batto per continuare a stare nella mia isola, Hanno cercato mille modi per farmi andare via, Neanche stavolta però ci riusciranno conclude Enrico Mereu --, io resto».

1 Settembre 2006

Non Firmato

 

LETTERA ALLA NUOVA SARDEGNA

 

Leggo sul giornale del 15 settembre scorso. nella pagina di Porto Torres. la "Lettera" intitolata "Perché il caso Enrico Mereu". La nota, sottoscritta da 26 firme di cittadini di Porto Torres che si autodefiniscono "giovani disoccupati" contiene, seppure non esplicito, un diretto riferimento alla mia persona ed alla mia iniziativa in relazione al suddetto caso, che avrei "sponsorizzato' senza prima averlo "attentamente valutato".

Confermo di avere indirizzato al Direttore Generale dell'Assessorato regionale degli Enti Locali (in assenza di Assessore regionale eletto) una segnalazione, chiedendo di verificare la regolarità della condizione di assegnatario di alloggio del sig. Enrico Mereu e, nelle more della voltura del contratte d'affitto, richiedere all'Ente Parco il rilascio di un'autorizzazione anche al fine di evitare l'insorgere di inutili e dannosi contrasti neilsoperato dei diversi rami della Pubblica Amministrazione.

Pur non condividendo la loro protesta, non mi meraviglio che un gruppo di giovani impegnati a lottare per il riconoscimento del loro buon diritto al lavoro, e delusi nella loro ricerca, esprimano stupore per l'attenzione dedicata alla vicenda di un singolo. Tuttavia non dovrebbe provocare sorpresa che un consigliere regionale del Partito della Rifondazione Comunista intervenga per difendere il buon diritto anche di un solo lavoratore e padre di famiglia.

Al di là di ogni valutazione estetica dell'attività artistica di Mereu, sento il dovere, come comunista, di difendere ogni diritto che venga calpestato. Non si tratta infatti di sostenere una "pretesa". Finora nessuno ha sostenuto che il Mereu deve andarsene perché non ha titolo all'alloggio:ta surrettiziamente di espellerlo applicando pretestuosamente misure regolamentari che sanzionano i pernottamento nell'Isola.

Probabilmente gli estensori della lettera dimenticano però che quella stessa attività artistica ogg contrastata, è stata a suo tempo "sponsorizzata" dagli stessi esponenti che hanno responsabiliÙ gestionali del Parco e che in passato ritenevano che le attività artistiche del Mereu fossero tra gl elementi della cultura locale dell'Isola da salvaguardare e valorizzare. Ma se la disattenzione t giustificabile per i giovani estensori della lettera, non è ammissibile per i responsabili delle istituzion locali e regionali, in primis per quelli dell'Ente Parco.

 

EPIFANIA ALL'INSEGNA (COM'E' ORMAI TRADIZIONE) DELLA CULTURA DI NULVI

 

NULVI La festa dell'Epifania è divenuta da qualche anno a Nulvi un appuntamento con l'arte e con la cultura. Mercoledì sera mentre fra le vie del paese rieccheggiavano gli antichi canti "A sos tres res", nella parrocchia dell'As-sunta si è tenuta una rassegna di cori, a cui hanno preso parte il coro di Nulvi e il bravissi-mo coro dì Castelsardo che hanno accompa-gnato una rappresentazione della Natività. Il giorno dell'Epifania invece nei locali del-l'ex convento di Santa Tecla si è tenuta la ceri-monia di presentazione della la biennale di scultura indetta dal Comune di Nulvi. Alla rassegna hanno partecipato qu ìian Piero Columbu dLollo Vett', lo scultore dell'isola dell'Asinara,„ rarice sco Farina di SdMi-i. e Angelo Truddaiu Chiaramonti che hanno realizzato sotto la di-rezione artistica di Mario Nieddu 4 opere che diverranno patrimonio dei nulvesi e che ver-ranno installate in diversi siti del paese. La manifestazione è proseguita con la ceri-monia di premiazione del concorso di prosa in lingua sarda indetto anche questo dal Comu-ne con il patrocinio della Consulta anglonese per la lingua sarda. La giuria, presieduta dal professor Tore Patatu e composta da Giusep-pe Tirotto, Mauro Maxia e Domitilla Mannu ha attribuito il "Premio Anglona" alla scrittri-ce sassarese Graziella Porcheddu, che con il suo racconto "Su castanzone" ha conquistato non solo la giuria ma anche tutti presenti per il sapiente utilizzo della lingua sarda e per la grande sensibilità che si recepisce dalla sua narrativa. Il secondo premio è stato assegnato a Vittorio Falchi, scrittore di Bonorva trapian-tato da diversi anni a Roma. Il terzo premio è invece andato a Francesco Dedola di Sorso. La giuria ha anche attribuito quattro segnala-zioni agli scrittori Antonio Pes di Bortigali, Bobore Merceddu di Oniferi, Gavino Murgia di Nulvi e Angelo Porcqueddu di Banari. Una menzione è invece andata a Giovanni Masala di Sennori. La cerimonia è stata presentata da Tore Patatu, rigorosamente in lingua sarda e con la solita piacevolissima maestria nel sa-per cogliere gli aspetti più affascinanti della lingua logudorese.

(m. t.)

 

BONORVA, PRONTO IL MONUMENTO AI CADUTI

BONORVA. Dopo qualche anno d'attesa è stato ricostruito, al centro della Piazza Paolo Mossa, il monumento dedicato ai caduti di tutte le guerre. L'opera è stata eseguita, da Enrico Mereu, meglio noto come lo «scultore dell'Asinara», che ha dedicato diversi mesi della propria attività, con grande maestria e apprezzabile impegno, per creare e scolpire nella trachite un gruppo di famiglia, padre, ma-dre e figli, che ben rappresen-tano il martirio di quanti hanno sacrificato la propria vita per la patria. La struttura complessiva del monumento ha richiesto diverse soluzioni che, oltre a far lievitare sensibilmente il costo dell'opera, hanno tenuto un po' tutti con il fiato sospeso e, per qualche mese, hanno attirato la curiosità, attenzione e le critiche, più o meno benevole, dei cittadini. Le scelte dello scultore si sono scontrate spesso con le argomentazioni dei «critici» che, dall'esterno, suggerivano soluzioni che hanno determinato, nella parte di corona alla struttura in trachite, continui cambiamenti d'immagine e figurazioni. Una statua della Madonna, scolpita da Mereu in marmo bianco, in un primo momento era stata collocata vicino alla struttura principale ma, con un successivo intervento, è stata rimossa e sistemata in una piazzola nel cimitero comunale. Le piccole vasche, con colombe e zampillo, che avrebbero dovuto fare da corona al complesso monumentale, o quantomeno creare un fronte sulla piazza, sono state rimosse, modificate e relegate nella parte retrostante l'opera, all'interno di una vasca un po' più grande, anch'essa ristretta e modificata nella struttura, già creata, con grande maestria, e pazienza, da Angelo Nieddu, un dipendente comunale che, per mesi, ha collaborato alla realizzazione della struttura che ora dovrebbe essere pronta per l'i-naugurazione. Si chiudono co-sì anche le polemiche seguite alla decisione sulla scelta dell'ubicazione e messa in opera del monumento, in sostituzione del precedente, eretto nella piazza Paolo Mossa e dem-Lito nel 2005, perché ritenuto non adeguato.

Emidio Muroni

4 Febbraio 2011

 

NASCE IL MONUMENTO AI CADUTI

 

L'artista Enrico Mereu da qualche giorno al lavoro a Bonorva
La scultura prende forma nella rotonda della piazzetta Paolo Mossa

BONORVA. Da qualche settimana nella centrale piazzetta Paolo Mossa sono state rimosse le panchine e liberata la rotonda per fare spazio al macigno di trachite sul quale, per disposizione della giunta comunale, dovrà essere modellato il nuovo monumento ai caduti di tutte le guerre. Una decisione arrivata dopo oltre quattro anni di discussioni e già destinata a suscitare polemiche.

Armato di scalpello e confortato da un'innata vena artistica, Enrico Mereu, «lo scultore dell'Asinara», si è messo al lavoro, fra la curiosità dei passanti che si fermano a guardare le figure che emergono dal blocco monolitico. Già appare la figura di una donna, di un bambino, di un soldato, di una brocca, di una colomba. L'opera è solo all'inizio e sicuramente sarà necessario ancora un po' di tempo affinché la composizione possa essere apprezzata. L'artista, venuto re-centemente alla ribalta per la straordinaria capacità di interpretare i segni e i simboli che riconosce nella pietra e nel legno e che riesce a trasformare in figure compiute d'eccezionale bellezza, lavora ogni mattina a capo chino, concentrato su un'immagine che, per il momento, vede solo lui e non affida a bozzetti o disegni preparatori precisi. «Le figure nascono man mano che modello la pietra — risponde a chi cerca di conoscerne in anticipo risultato finale —, seguo un'immagine che nasce mentre lavoro». Sta proprio in questo piccolo «non segreto» la grandezza dell'artista chiamato ad offrire al paese un'opera di gran valore. A poco servono le polemiche sulla decisione della giunta comunale che, a fine mandato, contro il parere di molti, ha voluto rioccupare lo spazio liberato dall'amministrazione precedente per far posto ad una piccola rotonda. Dopo cinque anni ha prevalso l'idea di affidare un'opera così portante ed espressiva ad un artista come Enrico Mereu, tanto umile quanto bravo che, giorno dopo giorno, sta offrendo in ogni caso al ricordo e al cuore dei bonorvesi un riferimento che unisce alla nobiltà del sentimento patriottico la bellezza del frutto di un'arte spontanea, visibile anche nelle pregevoli sculture su legno che sono esposte nella sala consiliare.

Emidio Muroni

 

I SOGNI DELL'ISOLA PERDUTA

Nove anni fa Paolo Vini tentò di girare una scena del film N sull'isola di Pianosa, convincendo il suo produttore a correre un rischio sostanzialmente superfluo (nel film nessuno se ne sarebbe accorto) per amor dell'avventura. Io andai sull'isola per assistere all'impresa, ma il tentativo fu frustrato da tre tempeste consecutive, Vini si ammalò e si riuscì tutti a lasciare l'isola al pelo, con l'ultimo traghetto prima di una sospensione di tre giorni del servizio per il maltempo. Non fu girato nemmeno un metro di pellicola. Perciò, quando ho saputo che un altro produttore ha accettato una sfida del genere — anzi, ben più imponente, poiché si tratta di un film intero girato sull'isola del-l'Asinara — ho avuto due moti d'animo contrastanti.. uno, devo andarci, perché voglio vedere con i miei occhi questa impresa; due, non devo andarci, perché se qualcosava storto anche lì, si sparge la voce che porto scarogna. Ha vinto il coraggio sulla prudenza, e cosi eccomi qui sul gommone che da Stintino mi porta all'approdo di Fornelli, dove per centoventi anni sono stati scaricati I detenuti spediti in uno dei carceri più famosi d'Europa. L'organizzatore di produzione mi stava aspettando. Poiché la troupe ha fatto la notte, la convocazione per le riprese è prevista per le quattro di pomeriggio: dunque ho diverse ore a disposizione per visitare l'isola in compagnia sua e di Enrico Mereu, scultore, ex guardia carceraria e memoria storica dell'Asinara. Con la sua Land Rover ci accompagna in un lungo e spettacolare giro, raccontando storie pazzesche, ottimi spunti per una decina di romanzi. Tengo d'occhio il cielo: è chiuso, grigio scuro, e non mi sento per nulla tran-quillo, perché anche solo un temporale potrebbe compromettere definitivamente la mia reputazione. Ora, la storia dell'Asinara non può essere riassunta in poche righe, ma presenta una costante inaudita che ne fa un caso unico tra le isole del Mediterraneo: non è mai stata realmente abitata. A fronte di un'estensione ragguardevole (oltre 51 chilometri quadrati, 5 più di Ischia) conta al momento un residente - il qui presente Enrico Mereu, per l'appunto. Per secoli sfruttata come mera guarnigione navale o militare, è arrivata a contarne al massimo 300, tra il Settecento e l'Ottocento, prima di essere svuotata a forza nel 1886 e destinata all'uso che l'ha resa celebre di lazzaretto, carcere e campo di concentramento per prigionieri di guerra. Un paradiso, cioè, che l'uomo ha sempre utilizzato come inferno. Le costruzioni, quasi tutte abbandonate, sono per la maggior parte ex strutture carcerarie o militari o amministrative, e la presenza umana, ora che le traversate dalla Sardegna non sono più viaggi di sola andata, e costituita da turisti, guardie forestali e dipendenti del Parco nazionale che gestisce l'isola dopo la chiusura del carcere - è un'umanità ancor più temporanea o stagionale di quando c'era il carcere. Il risultato è che la natura ha lampantemente la meglio sull'uomo, e le bestie sono le vere padrone di questa terra: gli asini comuni e quelli albini, i cavalli, le capre e i cinghiali se ne vanno in giro per strade e carrarecce senza alcun timore dell'uomo, che, privato delle sue ambizioni civilizzatrici, diviene succube e irrilevante.

Estratto da un articolo di Sandro Veronesi

10 Agosto 2014

 

UNA FORTEZZA CIRCONDATA DAL MARE E L'EX GUARDIANO DIVENTATO SCULTORE

 

Il carcere dell'Asinara non era un edificio unico, ma aveva distaccamenti sparsi in tutta l'isola, che ancora oggi possono essere osservati e in parte visitati (foto). Era chiamato anche «la Cayenna del Mediterraneo» o il «Lager di Stato» per la durezza in cui vivevano gli oltre 400 detenuti. Vanta il record del minor numero di evasioni: 2 in 112 anni contro le 29 di Alcatraz. A Fornelli c'era il carcere di massima sicurezza: brigate rosse, anonima sequestri, mafia. Nel resto dell'isola erano dislocate le colonie penali agricole, create fino dal 1885 sul modello di Pianosa: a Santa Maria i carcerati lavoravano la terra e praticavano l'allevamento, a Trabuccato si coltivava la vite. Tumbarinu, nel centro dell'isola, era la diramazione per i detenuti colpevoli di «reati contro la morale». Nel corso della prima guerra mondiale venne qui allestita una stazione sanitaria, che vide il passaggio di 25 mila prigionieri austriaci, seimila dei quali riposano oggi in un ossario. A metà degli anni Ottanta sull'isola hanno soggiornato i giudici Falcone e Borsellino, per istruire in sicurezza il maxi-processo alla mafia. Una targa li ricorda. Dopo avere fatto la guardia carceraria per molti anni, Enrico Mereu è tornato sull'isola e scolpisce i materiali offerti dalla natura: tronchi spiaggiati, ceppi, blocchi di granito e trachite. Le sue opere sono sparse nei villaggi dell'Asinara, ma il suo laboratorio si trova a Cala d'Oliva.


Franco Brevini

6 Aprile 2013

 

LA GUARDIA SCULTORE

 

Dopo avere fatto la guardia carceraria per molti anni, Enrico Mereu è tornato sull'isola e scolpisce i materiali offerti dalla natura: tronchi spiaggiati, ceppi, blocchi di granito e trachite. Le sue opere sono sparse nei villaggi dell'Asinara, il suo laboratorio si trova a Cala d'Oliva.

Trafiletto non firmato

 

L'ALCATRAZ ITALIANA

 

Il carcere dell'Asinara aveva distaccamenti in tutta l'isola. A Fornelli c'era quello di massima sicurezza, dove erano detenuti gli esponenti delle Brigate rosse e dell'Anonima sequestri, più tardi quelli della mafia. A Santa Maria i carcerati si dedicavano all'agricoltura e all'allevamento, mentre a Trabuccato si coltivava la vite. Tumbarinu, nel centro dell'isola, era riservato ai detenuti che si fossero macchiati di «reati contro la morale». Durante la prima guerra mondiale fu allestita una stazione sanitaria, da cui passarono 25 mila prigionieri austro-ungarici, seimila dei quali riposano oggi in un ossario. A metà degli anni Ottanta sull'isola soggiornarono per diversi mesi per motivi di sicurezza anche i giudici Falcone e Borsellino, che qui istruirono il maxi-processo alla mafia. Il carcere dell'Asinara è quello con il minor numero di evasioni: 2 in 112 anni contro i\ 29 di Alcatraz.


Franco Brevini

27 Luglio 2012 (Modifica il 28 Luglio 2012)

 

DOMANI BERLINGUER A SENNORI

 

Fervono i preparativi per la cerimonia di inaugurazione del nuovo centro culturale voluto dall'am-ministrazione comunale guidata da Cicito Morittu. Per l'occasione domani alle 11 sarà presente a Sennori l'on. Luigi Berlinguer ministro della Pubblica istruzione. Il ministro, che è cittadino onorario di Sennori, sarà in paese in mattinata per il taglio del nastro del nuovo edificio, Alla cerimonia saranno presenti, oltre al ministro, il vescovo di Sassari monsignor Isgrò, il provveditore agli studi, rappresentanti istituzionali del territorio. Sarà l'occasione per iniziare l'anno scolastico in maniera speciale per le scolaresche e per gli insegnati delle scuole locali alle prese con la riforma voluta dal ministro sassarese. Sarà anche il momento di mostrare in pubblico i lavori svolti dalle scuole materne, elementari e medie nell'anno scolastico 98/99, nei laboratori di arte grafica e pittorica e di ricerca sul territorio realizzati dai ragazzi e dai rispettivi insegnanti. Alle 10,30 il programma prevede l'incontro con il ministro Berlinguer e alle 11 la cerimonia di inaugurazione del centro culturale. In serata, alle 19, è previsto un concerto di musica classica di archi e solisti a cura dell'Associazione culturale «Ellipsis» in concomitanza con una performance estemporanea dei pittori Carenti e Madarese. Domenica alle ore 18 ci sarà la presentazione del libro di fiabe realizzato dai ragazzi del laboratorio grafico pittorico nell'anno 98/99 mentre alle 19 il Teatro «Tages» presenterà uno spettacolo di burattini e marionette dal titolo «Filarmonico». Saranno poi allestite, nelle sale espositive, la mostra dei costumi tradizionali di Sennori, arredi sacri e civili, documenti e manoscritti storici oltre alle opere realizzate durante le sei edizioni del simposio di scultura. Nel piazzale interno gli artisti Nicolino Secchi, Enrico Mereu e Marco Vargiu realizzeranno sculture e bassorilievi in legno e pietra.


Michele Soggia

 

DA POLIZIOTTO AD ARTISTA: PER LE SUE SCULTURE GINEPRI, LECCI E OLIVASTRI

 

Il primo trofeo per la prima maratona dell'Asinara sara messo a disposizione dallo scultore Enrico Mereu. Un artista autodidatta, vissuto nell'isola per venticinque anni dove ha lavorato come agente di polizia penitenziaria. Storie, ricordi, sensazioni: un libro vivente che si può leggere attraverso le sue opere; legno, granito, ogni angolo dell'isola è stato visitato e usato per le sue sculture. Una passione coltivata in anni avvolti dai lunghi silenzi dell'isola, tra un servizio e l'altro in un carcere mai uguale. Ed ecco il ginepro materializzarsi nelle sue mani, vi ricava figure di donne, di animali. Poi il legno di quercia e di olivastro: vi fiorisce un padre che alza al cielo le braccia e il suo bambino. La chiesa di Olmedo ospita un suo Cristo, alto, sofferto. Non scolpisce per denaro, ma per comunicare. Quelle opere gli hanno procurato anche ottime recensioni. Quasi un evento, per uno scultore autodidatta che ha vissuto tante vite, nato a Nurri, vissuto all'Asinara, oggi di casa a Villanova Monteleone. Il suo trofeo della maratona sarà una sorpresa per tutti, ispirato al movimento, alla velocità.

(p. c.)

3 Aprile 2001 

 

CREARE ASINARA ARTE E RIPOPOLARE IL BORGO DI CALA D'OLIVA

 

Ipotesi per risolvere il caso dello scultore Enrico Mereu e realizzare basi d'apoggio

PORTO TORRES. «Affrontare la vicenda di Enrico Mereu in termini di torto o ragione è riduttivo. L'unica strada percorribile può essere il ripopolamento di Cala d'Oliva, un progetto in cui l'Ente parco abbia una parte importante». Gigi Pittalis, amministratore del Parco e portavoce dei Verdi di Porto Torres, prende posizione su una vicenda che sta animando il dibattito, anche politico.

L'ultimo episodio è di qualche giorno fa quando lo scultore dell'Asinara si era incatenato all'isola per protestare contro il divieto di permanenza. «Certo prosegue Fittalis se esaminiamo la questione sul piano giuridico non troveremo riscontro: chiunque vada all'Asinara deve rispettare leggi e regolamenti, ma la storia personale di Enrico Mereu ha dei risvolti umani da considerare». Secondo la valutazione di Gigi Pittalis, dunque, una soluzione è il ripopolamento di Cala d'Oliva a cominciare dalle figure istituzionali e degli operatori la cui presenza sull'isola è indispensabile. «Il progetto - spiega - potrebbe cominciare dalla creazione di alcune basi d'appoggio per il personale che lavora nell'isola, un punto fisso dal quale partire per ripopolare il borgo e da lì ricreare un villaggio marino la cui gestione sarebbe affidata all'Ente parco che ne curerebbe l'intera organizzazione».

Sembrerebbe che in questo contesto la vicenda dello scultore dell'Asinara possa, forse, arrivare a una soluzione perché la sua presenza nell'isola-parco avrebbe un senso, ma in che modo? «Penso per esempio all'allestimento di una mostra permanente di sculture lignee — propone Gigi Pittalis — presentata come un carattere peculiare dell'isola. Del resto è innegabile che Enrico Mereu, nel tempo, sia diventato un elemento di richiamo. Tutti quelli che sono stati nell'isola conoscono lui e le sue sculture». «Asinara e arte» potrebbe diventare, in questo senso, un programma, magari una formula per far viaggiare l'immagine dell'isola come un luogo evocativo dove lo spirito creativo trova giusta ispirazione per comporre opere d'arte. «Questo concetto è facilmente comprensibile perché l'ambiente dell'Asinara è esso stesso un'opera d'arte a cielo aperto». La natura, i tramonti, gli alberi battuti dal vento, senza tralasciare le storie, vere o fantastiche, fiorite attorno al supercarcere che ha ospitato terroristi e mafiosi famosi in tutto il mondo. Elementi fortemente caratterizzanti di un posto davvero unico. «Va da sé — conclude Pittalis — che qualsiasi eventuale iniziativa dovrebbe essere realizzata nel rispetto dell'ambiente e valutando l'impatto che potrebbe avere in un contesto naturale in cui la presenza umana, negli anni, ha avuto un ruolo quanto meno risibile».

(a. m.)

 

L'EMOZIONE DI MEREU

 

L'Asinara si è animata grazie ad una serie di eventi organizzati dall'amministrazione comunale di Porto Torres. Chi ha vissuto nell'isola carcere ha provato una particolare emozione: <<Qui a Cala d'Oliva il tempo si era fermato, io amo il silenzio, ma lo odio pure – racconta lo scultore Enrico Mereu, unico abitante e primo residente dell'isola – In questi giorni Cala d'Oliva è ritornata a vivere.

Trafiletto non firmato.

 

LO SCULTORE DELL'ASINARA

 

Enrico Mereu si è diviso per vent'anni fra il lavoro di sorvegliante e la passione della scultura: neppure quarantenne, sembra essere nato qui, all'Asinara nella notte dei tempi. Invece arrivò ventenne, dalla Barbagia, giovanissimo agente di custodia che maneggiava già scalpelli, affascinato

sin da bambino a dare forma ai calcari del Supramonte. Si sposò con Mena e insieme vennero a stare qui, domiciliati coatti, né più ne meno di tanti detenuti. Una vita dura, ostile, nell'atmosfera di violenza, anche nascosta, di tutte le realtà carcerarie. Eppure qui Mereu ha messo al mondo Maria, Anastasia, Giuseppe e Arianna, ma soprattutto ha trovato il suo equilibrio scolpendo per giorni interi, non più calcari, ma graniti bianchi e rosa e poi cercando nei ginepri spezzati, le forme che, come lui dice, sono già dentro nel legno o nella roccia. Anche di lui si raccontano storie dal sapore di leggenda: come di quel crocefisso scolpito su un tronco di ginepro vicino all'ossario, del fulmine che non riuscì a bruciarlo e del mare in tempesta che non voleva lasciare che fosse portato fuori dall'isola. Mereu è uno di quelli che sull'isola vogliono rimanere, ma la scuola per i suoi figli è stata chiusa ed è dovuto rientrare nel paese d'origine. Con la buona stagione tornerà all'Asinara e, nei sogni della moglie, cuoca eccellente, c'è l'idea di tornare stabilmente, magari aprendo un ristorante vicino alla bottega del marito, scultore dell'Asinara.

Dal Libro "Parco Nazionale dell'Asinara"

 

SCULTURA DI MEREU IN ONORE DEI CADUTI

 

BONORVA. Dopo sei anni d'intensa valutazione e riflessione il monumento in onore dei caduti di tutte le guerre si è «rimpossessato» dello spazio occupato in origine, al centro della piazzetta Paolo Mossa. Lo scultore Enrico Mereu, con grande bravura, ha disegnato, scolpendola nella trachite, l'idea del tesoro più alto e nobile, la famiglia e la patria, in un momento carico di eccezionale umanità e altrettanta sofferenza. Un'opera che la comunità ha già dimostrato di apprezzare.

Nella scultura un ritratto di vita e di morte, ma soprattutto il simbolo, e il ricordo, di un atto di eroismo che ha coinvolto tragicamente tante famiglie. Un avvenimento storico, quello di ieri, com'è stato definito dal sindaco Mimmia Deriu, nel discorso ufficiale di saluto e ringraziamento. Una cornice eccezionale per un cerimoniale predisposto dall'amministrazione comunale, con la collaborazione del comandante della locale compagnia dei carabinieri, tenente Gianni Di Carlo, e del tenente colonnello Marco Mele, della Brigata Sassari. La cerimonia è stata illustrata nelle varie fasi dal maresciallo dei carabinieri Lello Molinari, speaker della manifestazione. Il picchetto

d'onore della Brigata Sassari, i soldati in divisa d'epoca e i carabinieri in alta uniforme hanno fatto da cornice alla manifestazione e deposto le corone ai piedi del monumento. Il nastro inaugurale è stato tagliato dalla signora Peppina Montes, presidente dell'Associazione Nazionale famiglie dei caduti e dispersi in guerra Erano presenti il deputato Guido Melis, l'assessore regionale Nicola Rassu, il consigliere regionale Massimo Mulas, il presidente della Provincia, Alessandra Giudici, con l'assessore Giommaria Deriu ed il capo gruppo, Enrico Piras, il generale Luciano Portolano, comandante della Brigata Meccanizzata «Sassari», il colonnello Francesco Atzeni, comandante provinciale dei Carabinieri. Nel corso della manifestazione sono state consegnate targhe di benemerenza a otto ex combattenti.


Emidio Muroni

7 Giugno 2011

 

MEREU DEVE RESTARE ALL'ASINARA

 

Sulla vicenda interviene anche il WWF: <<Ruolo importante>>

Anche il WWF interviene sulla vicenda di Enrico Mereu, l'ex agente di custodia che da anni vive nel piccolo borgo di Cala d'Oliva dove crea le sue opere artistiche scolpendo il legno e la pietra, al quale è stato vietano il soggiorno nell'isola dell'Asinara. L'associazione ambientalista ha inviato una lettera-appello al presidente del parco dell'Asinara Eugenio Cossu, perché "il comitato di gestione dell'area protetta possa valutare l'opportunità di una revoca". Nel documento, l'associazione ambientalista esprime comprensione per le difficoltà che il comitato deve affrontare per far sì che vengano rispettate le regole di buon governo dell'area protetta, quindi, comprese le autorizzazioni alla presenza e al soggiorno di personale impegnato in attività di

servizio nel parco. Tuttavia, il WWF ritiene che anche l'attività artistica svolta da Mereu nel proprio laboratorio di Cala d'Oliva possa essere ritenuta di fondamentale importanza per la vita del Parco dell'Asinara e per favorire quella vitalità tanto auspicata, in varie occasioni e da più parti, nel piccolo borgo di Cala d'Oliva. Tra l'altro, il WWF ricorda come proprio il presidente del parco Eugenio Cossu, in varie occasioni pubbliche precedenti l'istituzione del comitato provvisorio di gestione del Parco dell'Asinara, esaltò le doti umane e artistiche di Mereu, auspicando che la sua attività potesse, con il parco, assumere un ruolo ancora più importante, soprattutto come elemento culturale di richiamo per i visitatori.

12 Settembre 2003

Non Firmato

 

ANIMA DI PIETRA DELL'ASINARA

 

Dal ministero dell'Ambiente non hanno avuto esitazione. La lettera era indirizzata precisamente a lui, «lo scultore dell'Asinara». Ci hanno pensato in occasione del decennale del parco nazionale, per realizzare sei lavori speciali, sei opere che, nella sublimazione delle forme, raccontino la storia del luogo.
Semplice quanto efficace. Eppure, in una terra bella ma ancora tanto aspra come quest'isola a nord ovest della Sardegna, il riconoscimento romano dopo tanti anni difficili non è affatto, per Enrico Mereu, questione scontata. Un incarico che premia la forza di non aver rinunciato ai propri sogni. Anche quando le condizioni del sogno erano sfavorevoli e sconsigliate. Anche quando il sogno è un'isola un po' carcere, un po' carcerata, cui sembra legato e speculare il destino di chi l'ha abitata e ancora la vive.
MEREU, 48 anni, originario di Nurri, era lo scultore dell'Asinara ancora prima che diventasse parco nazionale. Agente di custodia, impegnato fin dal 1980 nel carcere di massima sicurezza dove furono Riina, Bagarella, Cutolo, dove la vita non cambiava mai e il silenzio la faceva da padrone, gli restava del tempo libero per scoprirsi artista. Proprio a lui infatti il mare sapeva far dei regali. Il legno si fermava sulle spiagge bianchissime o sopra gli scogli granitici e scistosi e lui, nei suoi momenti di libertà, aveva solo un ruolo da svolgere: raccoglierlo e scolpirlo, imprimendogli la forma del desiderio. Prima che l'isola passasse ad altro status c'era qualche detenuto cui Enrico trasferiva con passione la propria arte. Quando poi il sistema carcerario fu smantellato per assumere le sembianze di parco, non fu facile farsi riconoscere ancora quell'unica identità in cui credeva: scultore dell'Asinara si sentiva e tale voleva continuare a essere. Così cominciava la tenacia di un sogno, mentre l'Asinara diventava per il suo scultore quasi un carcere al contrario, un luogo dal quale veniva allontanato e del quale non poteva fare più a meno. Fin dal '93 Mereu pagava l'affitto di una casetta che teneva come punto d'appoggio per svolgere i suoi lavori. Ci passava quanto più tempo poteva assieme a Mena, sua moglie e ai cinque figli. Nel '97 il carcere fu chiuso e cominciarono i problemi: fino al 2003 quando l'Ente Parco decise di sfrattarlo. Fu allora che Mereu mise in scena la sua resistenza, incatenandosi al porto di Cala d'Oliva per ventitré giorni, collezionando verbali su verbali (ben ventotto), assieme a sguardi e commenti malefici. Dispute e persino querele non sono finite nel tempo, ma tutt'ora Enrico continua a credere nel suo sogno. Nel frattempo ha continuato a fare mostre in tutto il nord dell'Isola e una sua esposizione è visitabile all'ex diramazione centrale di Cala d'Oliva, mentre anche Vittorio Sgarbi ha lodato i suoi lavori. La sua visione non si limita però a un successo individuale: «Io non sono rimasto all Asinara per essere l'unico. Il mio desiderio è quello di trascinare altri artisti, ciascuno con le proprie qualità». Uno dei pochi in grado di rendere l'isola ex carcere, finalmente terra possibile.

Roberta Pietrasanta

31 Ottobre 2007

 

IL DISAGIO DI VIVERE

 

IL DISAGIO DI VIVERE – Wally Paris – IL SASSARESE – 30 GIUGNO 1998


La vita di Enrico Mereu è stata contrassegnata dalla voglia creativa di scolpire: di scolpire come atto gratuito in modo da appagare questa esigenza interiore e dare un proprio senso alle cose. Tutto ciò è stato portato avanti curando nel contempo un lavoro che nulla aveva in comune con l'arte e con questa sua vocazione. Privo di qualsiasi indirizzo di studio nel campo della scultura, l'artista si è lasciato guidare dal desiderio di concretare attraverso la statuaria le stimolazioni provenienti a lui dalla quotidianità. Si è, pertanto, lasciato conquistare vuoi da uno scorcio di paesaggio, vuoi da un animale, vuoi da persone conosciute, vuoi da altre a lui sconosciute, comparse all'improvviso alla ribalta della cronaca per avvenimenti spesso dolorosi. Si rammenta, ad esempio, il fanciullo rapito al quale i rapitori avevano reciso l'orecchio; una storia sovraccarica di drammi, di angosce, di sofferenza tramutata dal già detto in un groviglio plastico di forme realistico-espressive. Enrico Mereu è sempre stato sensibile al dolore, al disagio di vivere, come conferma una sua opera presentata ad Ittiri durante un simposio sulla scultura. In una di queste occasioni egli ha realizzato la figura di un uomo schiacciato dalle responsabilità di portare avanti la propria dopo la morte improvvisa e tragica della moglie. Si è trattato di un complesso plastico in trachite con deformazioni nella struttura del corpo maschile a significare quanto talune drammatiche situazioni trasformino un essere nel corso della vita. Molte opere, condotte con un linguaggio ricco di particolari, a suo avviso, indispensabili per trasmettere un pathos profondo, sono nate da sentimenti altrettanto forti. Ancora oggi, dopo tanti anni di grande impegno artigianale nella costruzione della figura con un lessico realistico-naturalista, Enrico Mereu non intende abbandonare completamente tali modi e tali temi. Si veda il rimando alla madre con il figlio ferito fra le braccia: un figlio che potrebbe essere un soldato, desunto tanto dall'antico bronzetto nuragico, quanto dai vari modelli di pietà sacra d'epoca medievale di ascendenza nord europea. In Enrico Mereu è pre-sente anche la volontà di sperimentare altri linguaggi: linguaggi svincolati in parte dal vero per formalismi puramente estetici, privi di implicazioni simboliche. Egli ha impresso nuovo andamento alla statuaria, soprattutto richiamante il mondo zoomorfo; le figure assumono ora una linearità più fluida, armonia e sintetica. Queste figure posseggono una leggerezza che rispecchia libertà di chi intende rapportarsi con il mondo. Questa trasformazione è avvenuta da quando l'artista ha concluso ogni legame con il vecchio lavoro e ha iniziato a dedicarsi completamente ed esclusivamente alla sua antica passione: la scultura. Nei confronti della scultura Enrico Mereu si sta incamminando verso un processo di maturità; infatti, esaurita la ricerca della corrispondenza oggettiva, egli persegue rielaborazioni formali più giocose, essenziali e interessanti. E benchè gli vengano ancora richiesti crocifissi e altre opere secondo la vecchia maniera, egli ormai si predispone a mutamenti sostanziali nell'intaglio del legno: riflesso, questo, della recente esperienza di vita dedicata all'arte.